[Racconto scritto per "Sinfasò" 2011]
Ma chi ha deciso che il giro del paese si deve fare alle 8 di mattina?
Quando sarò grande ne avrò uno tutto mio, e non partirà prima delle 4 di pomeriggio. Le case aspetteranno comunque, e quelle in salita staranno lì in eterno, ché mica la banda può passare dappertutto. Un po’ di comprensione per il grancassista, questo ci vorrebbe! Perché a pensarci bene il mestiere di bandista non è mica facile, se devi svegliarti all’alba e trascinarti dietro un ciocco di legno sotto il sole per due lire. Io in effetti sono un privilegiato, col mio quartino leggero, ma ho pur sempre dieci anni, e sarei ridicolo con un basso-tuba al collo. Il giro del paese comunque parte troppo presto, e se suoni a occhi chiusi non è certo perché sai i pezzi a memoria. …
“Piergiorgio”. Ma dico io, non si poteva cominciare con una cosa più tranquilla? Ci mancava solo la salita a pendenza 20%… Il callo sotto-labbro si è svegliato, e sulle prime battute vorrebbe farsi sentire come se facesse
male davvero, ma sta già passando. I festaroli davanti a noi ci faranno suonare fin dentro le stanze all’ultimo piano per non scontentare nessuno, ma per fortuna in lontananza si vede già un banchetto apparecchiato sopra l’uncinetto migliore.
Panino, ché i biscotti restano buoni per i vicini di casa.
«Non mangiate, ché poi non escono le note». Terrorismo psicologico, meglio non dargli peso. “Trio di Sor Nino” per ringraziare, d’altra parte sembra scritto apposta. Poi si riparte in salita, e le note non escono; avevano ragione loro come sempre.
“National emblem” e dovremmo essere quasi arrivati. Anzi no, il Comitato ha promesso di portarci fino all’ultima casa dell’ultimo vicolo del paese. Peter e FioccoDiNeve saranno contenti. Dalla casa all’angolo escono tre bambini in pigiama, ci corrono dietro e guardano il trombone con aria rapita, anche se al massimo proveranno l’ebbrezza di far rimbombare nell’aria il suono cupo del tamburo. La pausa dura sei secondi netti, poi i tre colpi ci richiamano all’ordine. “Trio di Sor Nino” per ringraziare e si torna verso la piazza.
“Linda”, poi la gente inizia ad entrare in chiesa e gli strumenti si arrampicano su rami e cancelli in attesa di “Christus vincit”, che parte sempre fuori sincrono e finisce a migliaia di decibel. La messa è finita, si raccomandano la fila per cinque e «non coprite gli altri, voi clarinetti lì davanti». “Cuore abruzzese”, ché fa sempre un certo effetto all’uscita della processione. «Attenzione all’attacco, non correte sulle note e seguite il passo del Santo».
La seconda fila è pur sempre una buona posizione, anche se fatichi a sentire i bassi dietro, e a volte è un bene se vuoi stare al tempo. Siamo in ballo, senza alibi, ché si vede subito se premi i tasti a caso senza far vibrare l’ancia. E allora te la rischi, e quasi sempre ti stupisci di averla imparata davvero, quella massa di semicrome sempre troppo veloci. Il vecchio affianco però ti guarda sempre sospettoso mentre segue la fila come se ne facesse parte anche lui. Suonava nella banda dell’esercito quando era in guerra, d’altra parte ce n’è uno in ogni paese: non si scappa.
“Primavera”, poi “Noi vogliam Dio” per far contente le pie donne, e poi un’altra salita, o forse è la stessa di prima solo che hanno allontanato la cima. «Attenzione che questa è in levare!» … Ecco, abbiamo riattaccato in battere come sempre.
Finalmente si rivede il campanile, il Santo rientra in chiesa e lo accompagnamo ordinati. Stavolta è fatta, penso. Neanche per idea: c’è la corona ai Caduti, e mentre il tipo con la fascia si gonfia il petto incravattato, partono le note del Piave, che non è mai un pezzo come gli altri. “Inno di Mameli”, la gente si tiene il cuore e canta, ognuno a suo modo. Se ci pensi è una bella responsabilità la nostra…
Perché alla fine il mestiere del bandista è bello veramente, se escludi la sveglia col gallo e le case sulla cima Coppi. Le prove poi creano delle scene impossibili durante le pause, ed è anche lì che imparo tutto: portare il passo e non perdersi i diesis, accorgersi che, prima di tutto il resto, questa è una scuola di costruzione. Mentre mi sono perso in tutti questi pensieri la tromba ha già acceso lo sparo con il suo squillo, e stavolta è finita davvero. La gente guarda in alto come a cercare il palloncino volato via, ma noi non abbiamo più forza per incantarci né per aspettare i tre colpi finali.
Si risale in macchina, e l’unico pensiero che mi tiene in vita è l’odore delle sagnette di nonna, altro che “fettuccine”… Tra un po’ me le ritroverò davanti nel loro vestito migliore, quello rosso, e mi sentirò un po’ più grande quando mi chiederanno com’è andata. “Bene”, dirò, “c’era tanta gente”.
La camicia bianca sarà già volata sul divano con la sua spilletta, e il papillon sarà nella custodia del clarinetto. Domani è ancora festa e anch’io tornerò a fare il bandista, ma ormai conosco le salite, per il resto si vedrà. Intanto, mi godo la mia paga col sugo denso.
“Trio di Sor Nino” per ringraziare.













