[Racconto scritto per "Sinfasò" 2011]

Ma chi ha deciso che il giro del paese si deve fare alle 8 di mattina?

Quando sarò grande ne avrò uno tutto mio, e non partirà prima delle 4 di pomeriggio. Le case aspetteranno comunque, e quelle in salita staranno lì in eterno, ché mica la banda può passare dappertutto. Un po’ di comprensione per il grancassista, questo ci vorrebbe! Perché a pensarci bene il mestiere di bandista non è mica facile, se devi svegliarti all’alba e trascinarti dietro un ciocco di legno sotto il sole per due lire. Io in effetti sono un privilegiato, col mio quartino leggero, ma ho pur sempre dieci anni, e sarei ridicolo con un basso-tuba al collo. Il giro del paese comunque parte troppo presto, e se suoni a occhi chiusi non è certo perché sai i pezzi a memoria. …

“Piergiorgio”. Ma dico io, non si poteva cominciare con una cosa più tranquilla? Ci mancava solo la salita a pendenza 20%… Il callo sotto-labbro si è svegliato, e sulle prime battute vorrebbe farsi sentire come se facesse

male davvero, ma sta già passando. I festaroli davanti a noi ci faranno suonare fin dentro le stanze all’ultimo piano per non scontentare nessuno, ma per fortuna in lontananza si vede già un banchetto apparecchiato sopra l’uncinetto migliore.

Panino, ché i biscotti restano buoni per i vicini di casa.

«Non mangiate, ché poi non escono le note». Terrorismo psicologico, meglio non dargli peso. “Trio di Sor Nino” per ringraziare, d’altra parte sembra scritto apposta. Poi si riparte in salita, e le note non escono; avevano ragione loro come sempre.

“National emblem” e dovremmo essere quasi arrivati. Anzi no, il Comitato ha promesso di portarci fino all’ultima casa dell’ultimo vicolo del paese. Peter e FioccoDiNeve saranno contenti. Dalla casa all’angolo escono tre bambini in pigiama, ci corrono dietro e guardano il trombone con aria rapita, anche se al massimo proveranno l’ebbrezza di far rimbombare nell’aria il suono cupo del tamburo. La pausa dura sei secondi netti, poi i tre colpi ci richiamano all’ordine. “Trio di Sor Nino” per ringraziare e si torna verso la piazza.

“Linda”, poi la gente inizia ad entrare in chiesa e gli strumenti si arrampicano su rami e cancelli in attesa di “Christus vincit”, che parte sempre fuori sincrono e finisce a migliaia di decibel. La messa è finita, si raccomandano la fila per cinque e «non coprite gli altri, voi clarinetti lì davanti». “Cuore abruzzese”, ché fa sempre un certo effetto all’uscita della processione. «Attenzione all’attacco, non correte sulle note e seguite il passo del Santo».

La seconda fila è pur sempre una buona posizione, anche se fatichi a sentire i bassi dietro, e a volte è un bene se vuoi stare al tempo. Siamo in ballo, senza alibi, ché si vede subito se premi i tasti a caso senza far vibrare l’ancia. E allora te la rischi, e quasi sempre ti stupisci di averla imparata davvero, quella massa di semicrome sempre troppo veloci. Il vecchio affianco però ti guarda sempre sospettoso mentre segue la fila come se ne facesse parte anche lui. Suonava nella banda dell’esercito quando era in guerra, d’altra parte ce n’è uno in ogni paese: non si scappa.

“Primavera”, poi “Noi vogliam Dio” per far contente le pie donne, e poi un’altra salita, o forse è la stessa di prima solo che hanno allontanato la cima. «Attenzione che questa è in levare!» … Ecco, abbiamo riattaccato in battere come sempre.

Finalmente si rivede il campanile, il Santo rientra in chiesa e lo accompagnamo ordinati. Stavolta è fatta, penso. Neanche per idea: c’è la corona ai Caduti, e mentre il tipo con la fascia si gonfia il petto incravattato, partono le note del Piave, che non è mai un pezzo come gli altri. “Inno di Mameli”, la gente si tiene il cuore e canta, ognuno a suo modo. Se ci pensi è una bella responsabilità la nostra…

Perché alla fine il mestiere del bandista è bello veramente, se escludi la sveglia col gallo e le case sulla cima Coppi. Le prove poi creano delle scene impossibili durante le pause, ed è anche lì che imparo tutto: portare il passo e non perdersi i diesis, accorgersi che, prima di tutto il resto, questa è una scuola di costruzione. Mentre mi sono perso in tutti questi pensieri la tromba ha già acceso lo sparo con il suo squillo, e stavolta è finita davvero. La gente guarda in alto come a cercare il palloncino volato via, ma noi non abbiamo più forza per incantarci né per aspettare i tre colpi finali.

Si risale in macchina, e l’unico pensiero che mi tiene in vita è l’odore delle sagnette di nonna, altro che “fettuccine”… Tra un po’ me le ritroverò davanti nel loro vestito migliore, quello rosso, e mi sentirò un po’ più grande quando mi chiederanno com’è andata. “Bene”, dirò, “c’era tanta gente”.

La camicia bianca sarà già volata sul divano con la sua spilletta, e il papillon sarà nella custodia del clarinetto. Domani è ancora festa e anch’io tornerò a fare il bandista, ma ormai conosco le salite, per il resto si vedrà. Intanto, mi godo la mia paga col sugo denso.

“Trio di Sor Nino” per ringraziare.

Sto nudo in mezzo all’aula e aspetto il mio giudizio. O quello che sia.

Senza bandiera, non so più chi è il mio nemico e se davvero mi devo guardare da lui o piuttosto dai miei limiti.

Fatto sta che ho perso la mia bandiera e in realtà non so bene se l’ho mai avuta.

Devi decidere da che parte stare! – intima una voce dall’alto.

Che sia proprio Lui? Al massimo il mio senso di indefinito. Intanto imbroncio il naso e tiro su le spalle, non ho voglia di decidere. Tutt’intorno all’improvviso mi tirano la giacca, e solo adesso mi accorgo di averne addosso una.

Prende la parola un tipo distinto, d’istinto mi giro a destra e lui è già dall’altra parte. Sei un voltagabbana, mi dice, non puoi scappare per sempre. Ci vuole coerenza, ci vuole. Poi di nuovo a destra, e poi ancora di là. Coerenza! E si cambia la giacca con quella alla moda.

Non farti ingannare, spiffera un altro dal largo del suo panciotto. Poi inforchetta. Gli idioti sono soli, noi dobbiamo lavorare di squadra, altro che. Altro che loro, non ti fidare mai di loro. Noi siamo i giusti, siamo per il popolo, solo noi. Poi tracanna il mio pane e acqua, e strano che finora non ne avessi affatto.

Mi sento in colpa per aver perso la mia bandiera, sono tipo un John Frusciante senza nemmeno un posto in cui tornare, un rifugio dal mio scappare.

Così non saprai mai la verità, sussurra pacato il vecchio. Canuto. La verità non è di tutti, devi meritarla. Poi stringe ancor più forte il suo libro dei segni, mi chiude gli occhi e tira alla sorte. Fidati, la verità è da questa parte, solo da questa!

Di nuovo la voce dall’alto: Devi schierarti, non sei un di più! No, non lo sono, devo schierarmi. Solo, per cosa?, continuo a chiedermi. Non preoccuparti del “per” - mi legge allora il tipo con la testa a rovescio – l’importante è il contro. Trova il tuo obiettivo e vagli addosso, e poi trovane un altro. Tutti hanno un nemico, tutti gli uomini di principio, questo ci tiene uniti.

C’è puzza di zolfo qui dentro, qualcuno si è fregato e non vorrei essere io.

La stanza si è fatta più piccola adesso, il coniglio è stretto nella gabbia e non sa nemmeno chi sia il suo padrone.

“Io non ho padroni” – grido a un tratto – “Sono un uomo libero e voglio poter essere nudo e dire la mia, che sia giusta o sbagliata. Ma la voglio dire senza fascia e senza bandiera, la voglio dire solo da uomo”. Ecco, l’ho detto, fanculo la paura.

Credi di averne diritto? Stavolta è il giudice a parlare. O forse non è più giusto che ognuno parli col proprio nome, che dica prima chi sia e in nome di chi sta lì sul pulpito?

La gente intorno annuisce e mi guarda come si fa con un bambino preso per l’orecchio. Ma me ne frego del loro giudizio, non ho mai dato peso al belare delle pecore e non comincerò adesso, piuttosto ho voglia di bruciarmi la terra attorno e parlare. Le pecore belerrano comunque.

“È questo il punto”, guardando in alto senza una faccia da puntare, “io non ho una bandiera eppure ho qualcosa da dire. Non merito d’esser ascoltato se prima non faccio la mia dichiarazione d’appartenenza? O forse si possono dire cose giuste e sensate solo dietro un manifesto, con una tessera in tasca, dentro una qualche loggia? Non voglio essere contro, non voglio sputare, non ho bisogno di un nemico per giustificarmi. Quello che penso e come lo dico non cambia con la mia divisa, e buona pace a voi se non lo vedete. Cambiate faccia ad ogni bandiera, e la chiamate appartenenza. Ecco la novità, c’è che io non voglio più stare al vostro gioco, non accetto più le classi che per comodo avete difeso. Tenetevele pure, ché tanto non creperanno mai, ma almeno non sarò io a farvela facile. Io sono ancora un uomo, giusto e sbagliato al tempo stesso per milioni di convinzioni e pure qualche pensiero storto, ma mai contro le mie idee. È solo da uomo che voglio parlare”

Bravo, è tornato il buon selvaggio. Applaude lui. Credi davvero di esistere al di là delle tue strutture sociali? Sei dentro le  categorie fino al collo, non puoi rifiutarle.

Il coniglio è stretto in gabbia ed è chiaro, ora, che il suo padrone non è contento di lui.

L’aria si è addensata attorno alle mie braccia, tanto che mi cadono a terra come a un corpo cui manchi linfa. Non importa. Me ne frego di bianchi e di neri, di neri e di rossi, di mille verità ognuna assoluta, di false ideologie ognuna uguale e opposta, di tutto ciò che ci fa a pezzi, che per comodità ci divide da una parte di noi, che ci cataloga come si fa sugli scaffali. Uno-nessuno-e-centomila me, tutti senza bandiera.

“Chiedo scusa, signor giudice, ma io parlerò solo da uomo”.

La gabbia è stretta, le sbarre si aggrovigliano alle mie mani e non ne verrò a capo.

Insomma tu sei al di sopra di ogni regola, una specie di anarchico o che so io. Non rispondi a nessuno, quindi.

“Non è questo, non è così. Rispondo ai miei principi, al rispetto, ma non voglio pregiudizi, non accetterò di essere giudicato per quel che è fuori della mia coscienza”.

Eccola, l’ho detta, chissà poi perché c’ho messo tanto. Appena la parola esce ad assaggiare l’aria, il giudice si sporge con la sua smorfia spigolosa, ad assaggiare anche lui la mia espressione. …

C’avrei scommesso: ha la mia stessa faccia.

Adesso è chiaro che sono ancora io, chiuso e aggrovigliato nei miei limiti. Ma almeno, prima di capire quale pena mi darò, ho ancora il tempo di guardarmi allo specchio.

Allora alzo il calice e brindo.

Questo è per chi non ha bandiera se non quella della coscienza, quella delle idee. Brindo a voi.

Io non nascerò mai perché dicono che costo troppo. Neanche fossi fatto d’oro…

Ho sentito di gente che ci compra, ci scambia, ci ordina su misura per evitare brutte sorprese. Ecco, io magari potrei nascere un po’ più piccolo, un po’ più leggero. Possibile che tutti chiedano taglie grandi? Anche un paio di chili se volete, quanto verranno mai un paio di chili, pannolini esclusi?

Forse farei meglio a rassegnarmi, ché tutti dicono non sia più tempo per noi, eppure mi vorrei vedere un po’ ‘sto mondo che dicono bruciato… Prometto che non mangerò molto, prometto solennemente che farò la cacca solo quanto basta. Mi va bene pure la carrozzina di mio cugino Paolo, se volete mi metto pure i suoi vestitini, chissà se zia li ha conservati… Certo, se sarò femmina non ci farò una bella figura ma è un rischio che posso accettare. Solo che non penso basti.

Dicono che non nascerò perché mamma ha il co.co.co., e non so nemmeno quanto sia grave ma lei dice che dovrà tenerselo a vita, non ne guarirà. In realtà non è che io ci capisca molto, ma sembra che non puoi avere figli se hai già questo co.co.co. Dev’essere proprio una brutta malattia…

Mio padre, poi, pare che lavori come un mulo, il che vuol dire che di soldi non ne vede molti. Sta sempre lì a firmare piccoli foglietti da strappare e pagine lunghissime piene di parole scritte piccolissime. “Comodissime”, dice sempre il tipo con il nodo al collo.

Mio padre firma anche al lavoro, ogni tre mesi, sei mesi, due mesi. Dice che ha il precariato, che deve essere una cosa simile al co.co.co. di mamma solo che lui può ammalarsi restando a casa. Solo che non si ammala mai perché se no non lo fanno più firmare, che a mio padre deve piacere tanto perché ci tiene da morire.

Mia nonna, quella coi capelli lucidi, ci prova spesso a convincerli, ma mia madre risponde sempre che i tempi sono cambiati, che non possono permettersi un mutuo e un figlio. Ora, non è che io sia un esperto di questa cosa, di questo mutuo intendo, ma di certo non è stato corretto con me, non mi è simpatico, e neanche a loro; dicono sempre che hanno dovuto supplicare la Banca per poterlo accendere… ché dev’essere una specie di voto, un cero o che ne so io.

Ci sono un sacco di cose che non capisco, e a questo punto non saprò mai probabilmente. Ad esempio: perché uno dovrebbe chiedere il permesso a questa signora, a questa Banca o come si chiama lei, per mettere al mondo un figlio? E chi sarà mai? Come se non bastasse poi c’è il problema dell’asilo, che non so bene cosa sia ma sembra che devi stare su un foglio per poterci andare, e se non stai sul foglio devi fare una faccia molto arrabbiata e dire che è tutto uno schifo.

“Schifo” è una parola bellissima, vorrei tanto poterla dire una volta. Vorrei dirla insieme a tante altre parole proibite e poi mettermi a ridere. Vorrei inventarmi le domande più assurde – che poi perché la testa sta attaccata al collo? – e buttarmi in quelle piccole buche con la pioggia dentro; vorrei sentire che effetto fanno le cose quando le tocchi. Mi piacerebbe che anche gli altri prendessero un po’ del buono che ho, che potrei avere.

Che stupido che sono, che stupida: la verità è che non posso farci assolutamente niente. Davvero rinuncerei a tutte le migliaia di vestitini inutili, davvero non me ne frega niente della carrozzina alla moda e della cameretta in tinta. Quelle sono cose che vedono solo loro.

Io saprò cavarmela da solo, vedrete, mi darò da fare e non rigurgiterò la pappina come tutti gli altri! Non so neanche a chi sto promettendo, la verità è che, se mai nascerò, nascerò già vecchio; d’altra parte chissà quanti anni passerò ancora qui ad aspettare questi famosi “tempi migliori”. Che poi “migliori”… ma perché questi non sono già migliori? E ha senso aspettare ancora, aspettarli una vita?

Una vita, forte come ricorra il mio nome…

No, non voglio aspettare più, e non m’importa se dicono ancora che non nascerò mai… Se ci penso forte, con ogni parte di me, io nascerò, e sarò bello o bella come non sono stato mai, e sarò quello che loro ancora non si sanno spiegare. Non sarò figlio di nessuno sconto, di nessuna paura, sarò solo sorriso e fatica, imprevisto come solo l’amore sa.

(Articolo scritto per Paurankaradio.it)

A Scurcola fa freddo, e si sente. D’altra parte sono passate anche le nove di questo sabato di dicembre e mi dico che ci siamo già persi buona parte della serata. Quella che rimane ha in mezzo piccoli, indispensabili fuochi a scaldare le mani di quelli raccolti intorno, quasi in religiosa richiesta ma verso il basso. Intorno si aprono alcune porte, davanti pochi tavoli e dentro chiacchiere e bocconi, bicchieri tinti di rosso, facce in attesa e gente curiosa. Saliamo per le viuzze piene di case vuote, ogni tanto una freccia ci dice che avevamo sbagliato strada e c’è ancora da salire. Sarebbe stato troppo facile chiedere una cartina… A tratti il borgo si fa rivedere, dei sapori ancora non ho prova ma leggo e aspetto il mio momento. Eccolo, cicoria e pancetta, adesso sì.

A Scurcola non fa più freddo, la salita ha fatto la sua parte e la pancetta il resto. Scendendo ritrovo alcuni scorci, le lettere dell’asilo Ansini e dell’Arco de Scoccetta, qualche cantiniere ballerino, qualche voce. Ma non riesco e togliermi di dosso l’idea di piccoli quadri scollati, tenuti insieme da un vago desiderio più che da un’identità. Sarà che il percorso a tratti si disperde, sarà che ognuno cura il proprio spazio come meglio crede, sarà che in fondo fa ancora freddo e di gente in giro non ce n’è poi molta.

Ma a Scurcola fa caldo adesso, merito del vin brulé e di qualche preghiera non detta al fuoco. Il giro è finito e un pensiero vince su tutti. Possibile che con così tanto, con un borgo così bello e suggestivo e tanti gruppi a lavorare con impegno… possibile che sia tutto qui? Mi sarò perso tutto il resto, tutto il prima, e dunque la mia impressione è fortemente limitata, ma non ho trovato molta festa tra i vicoli del borgo, e non mi convincerò che non si potesse fare di più. Almeno nel contorno, nella scoperta della ricchezza mai banale delle vecchie mura, dei portali, delle piccole case troppo spesso chiuse. Il paese vecchio è di una bellezza non comune, racconta ancora di quando questo era il fulcro dell’affannarsi, del quotidiano; eppure non ha quasi rumore, poche note riempiono piccoli spazi d’aria e si perdono inesorabilmente prima che questi vicoli possano dirsi pienamente, e nuovamente, vivi.

Al di là del mio giudizio, però, rimane il coraggio e l’incoscienza delle cose fatte per gusto, per il valore della memoria e della riscoperta, dell’affetto ai proprio luoghi che passa sottovoce dentro una sera di dicembre. È un affetto che conosco e so riconoscere, per questo lo vedo raramente, ma qui c’è. “Valorizzazione”, termine trito e abusato, eppure ancora bellissimo. Eppure questo è. Mi rimane la voglia di capire se questa condivisione di intenti sia totale come la dedizione delle persone, ma bisognerebbe starci dentro, dietro, per dirla tutta e bene. Quel che importa è che ci sia ancora gente pronta a mettersi in gioco per il proprio paese, nonostante tutto, che ci sia ancora voglia di scoprire anche quando è tutto già sul piatto, pronto ad essere sbranato senza sapere né chiedersi cosa sia.

Il bello è che c’è ancora tempo per fermarsi, dirsi che c’è molto da fare ma la strada è quella buona, e poco importa se il mondo va verso una grandezza che di umano ha molto poco. Non tutto è misurabile, non tutto ha senso solo finché è economico, o vantaggioso. C’è una dimensione che sfugge a queste regole – viva il Cielo! – tutto sta nel mantenere viva la voglia di riscoprirne il gusto.

A Scurcola fa freddo ma non importa, se il borgo si è acceso può dirsi ancora vivo, e tanto basta.

Luglio 2010

Non vedevamo l’ora che fosse mattina. S’inforcava la bicicletta e via in discesa verso l’ara. I più avveduti non dimenticavano mai la bottiglia d’acqua fresca, ma senza le taniche della centoventisette non ce l’avremmo comunque fatta fino a mezzogiorno. I rintocchi del campanile ci dicevano che di lì a mezz’ora le mamme si sarebbero arrabbiate sul serio nel non vederci tornare. Giusto il tempo dei rigori, tanto il pomeriggio avremmo ripreso dallo stesso identico punto.

A volte però la bici ci portava verso i paesi vicini o sotto qualche ramo di ciliegie sempre troppo alto. Ogni tanto qualche cane disturbava la calma del nostro passo, e lì si capiva chi davvero andava forte sui pedali… Il caldo della campagna suonava con la voce delle cicale e l’odore dei libri avrebbe aspettato i corti giorni di settembre, quando le more si affacciavano già dai rovi spinosi.

Ancora ci sarebbe stato tutto il tempo di ritrovarsi alla piazzetta quando il gruppo già si era allargato e le ragazze cominciavano ad essere inspiegabilmente più attraenti di un pallone consumato. Qualche amicizia diventava ingenuamente speciale mentre altre si perdevano rabbiosamente; altre ancora nascevano dal nulla e non si sarebbero più sciolte.

Alle nove meno un quarto, la sera, eravamo già tutti alla fontanella, anche perché qualcuno sarebbe rincasato alle nove e trentacinque in punto. Lo chiamavamo il “giro dello stop” ma in realtà era quella della pesa, ed aveva il fascino segreto che solo la notte sa inscenare.

L’estate era scandita dalle feste dei paesi vicini, e un passaggio si trovava sempre alla fine. Le trasferte a Corcumello però non avevano bisogno di aspettare San Lorenzo. Sarebbero durate più dell’estate stessa. Solo raramente si “poteva” fare tardi. Il 10 agosto, ad esempio, quando all’ara c’illudevamo di essere più vicini alle stelle. O nei giorni delle sagre alla pro‐loco, quando piccole libertà rubate ci facevano sentire in qualche modo più grandi. Poi arrivava ferragosto, e lì la libertà si faceva completa, più reale. I gavettoni d’acqua, le mazzocche, le prime cotte.

La festa avrebbe chiuso l’estate solo per alcuni; a noi sarebbero ancora rimasti nascondino sopra la chiesa, le partite interminabili, i lunghi pomeriggi al bar. E soprattutto, al di là del tempo, i sorrisi ingenui e forti che l’estate porta ancora con sé.

Giugno 2010

Come si fa a vivere in un Paese come l’Italia? La parola d’ordine è “sacrificio”. Che non vuol dire semplicemente “stringere la cinghia”, ma anche – e a volte soprattutto – rinunciare alla propria facoltà intellettiva. Al pensiero razionale, insomma.

Perché altrimenti non si vive più, e non rimane altro che andarsene, lasciare tutto, compresi gli affetti e gli impegni, e scappare.

In fondo è questo: scappare.

Come da anni fanno molti ricercatori universitari, che preferiscono un incarico di ruolo in prestigiosi atenei esteri ad uno stipendio da fame con contratto semestrale nello scantinato di un dipartimento senza fondi per la ricerca. Che pazzia, eh! Scappare. Come fanno tanti ragazzi che vivono un’esperienza di formazione o professione all’estero e si accorgono che non tutto il mondo è paese. Perché trovano un’attenzione diversa alle persone, un’educazione sociale vera, un rispetto non solo manieristico delle culture e degli orientamenti, una maggiore valorizzazione umana. E restano lì, o ci tornano a breve. Inspiegabilmente…

D’altra parte come si fa a vivere in un Paese in cui devi ringraziare il Cielo e tutto il resto se hai uno straccio di lavoro che ti permette di pagare il mutuo cinquantennale acceso per acquistare venti metri quadrati di appartamento? In cui devi stare attento a rispettare ed ossequiare il magnanimo capo e i suoi scagnozzi, perché altrimenti i prossimi due mesi non ti viene rinnovato il generosissimo contratto da seicento euro? In cui per entrare nel mondo del lavoro devi fermarti duemila turni, giocare il jolly e ripassare dal via facendo la giravolta… ossia tentarle proprio tutte ed accettare di annullarti in ogni ambizione, nonostante gli anni di sacrifici spesi sui libri?

Un Paese che rinuncia ai propri giovani è un Paese che muore.

Per fortuna, però, c’è la televisione a tirarci su il morale nascondendoci la verità. Come è possibile giudicare e condannare le cosiddette “nuove generazioni” senza tirare in ballo l’estrema pochezza dei modelli che vengono loro proposti? Il mito della velina, dello pseudo‐reality, del tutto‐e‐subito, del gossip, dell’“appaio, dunque sono”. Interi programmi e media riempiti di un niente disarmante, appositamente creato per annullare ogni velleità di coscienza critica. Le telecrazia oggi regnante si è rivelata in tutta la sua bassezza proprio qui, accanto a noi, dopo il 6 aprile 2009, con la consegna di case in cui nessuno si sente padrone ed i sorrisi fuori luogo dei soliti maestri della finzione.

Come si fa a vivere in un Paese in cui si viene continuamente umiliati e lesi nella propria dignità da una classe politica eternamente al di sopra della legge? Che sfrutta la propria posizione per vantaggi personali e finge di opporsi all’altra fazione solo per perpetuare il gioco delle parti che fa da scudo al potere? Che fa leva sulle paure delle persone per giustificare l’ennesimo sacrificio richiesto, l’ennesima stretta, l’ennesima dilazione? Dove sono i sacrifici dei politici? Ora il nostro premier ci dice che abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità… Ma chi, io? Forse non basta più il 45% del mio stipendio lasciato allo Stato? Ah già, ci sarebbero da coprire quei 320 milioni di euro spesi alla Maddalena per un vertice che poi è stato spostato all’Aquila. Dove poi sono stati spesi più di 500 milioni di euro per tre giorni di G8. D’altra parte mica potevamo rinunciare alle ciotoline d’argento di Bulgari, alle sessanta penne da 400 euro l’una ed alla comodità delle poltrone Frau, costate appena 370 mila euro?!? Ha ragione il premier: abbiamo sguazzato nel lusso e ora ci lamentiamo se con la manovra economica si impone agli enti pubblici un taglio netto dei fondi a disposizione? Le ricadute, stranamente, saranno sui servizi ai cittadini, sul trasporto, sull’ambiente, sul fondo sociale… Come a dire: oggi a te, domani a lui.

C’è la crisi, vogliamo metterci a fare i filosofi? O vogliamo fare la fine della Grecia? Per carità, niente di tutto ciò, ma se di sacrifici c’è bisogno, perché non cominciare proprio dall’alto, indipendentemente dalla bandiera partitica? E soprattutto, perché non cogliere l’occasione per ritrovare un’onestà intellettiva, politica e personale da tempo smarrita, se non appositamente seppellita? Mi chiedo ancora come si faccia a vivere in un Paese come l’Italia, in cui la disillusione ha preso il posto della passione, la sfiducia ha soppiantato le promesse, l’onestà ha ceduto al compromesso. Forse bisognerebbe scappare davvero, o forse è meglio starsene in casa a vedere l’Isola‐dei‐famosi e non pensare a niente. Eppure una volta c’era una parola strana, difficile, scomoda, ma piena di fascino e di valore. Si pronunciava “impegno”. Forse bisognerebbe tornare ad impegnarsi per il giusto.

Come diceva un certo Albert Einstein, “il mondo è quel disastro che vedete, non tanto per i guai combinati dai malfattori, ma per l’inerzia dei giusti che se ne accorgono e stanno lì a guardare”.

 

Marzo 2010

Forse non dovremmo stupirci, in fondo sappiamo già quanto in basso possano arrivare gli uomini quando seppelliscono la propria coscienza sotto la miseria degli interessi economici. Non dovremmo meravigliarci di sentire il rullo pesante del denaro spingere ancor più in basso i cumuli di storia e di vite come fossero puri oggetti di speculazione. Dovremmo leggere con occhi disincantati i pensieri e le imprese di piccoli e grandi sciacalli, fattisi iene all’occorrenza per poter ridere davvero davanti alla propria vittima. Ma questa non è una legge di natura, qui il destino non c’entra, e neanche Dio. Questa è una storia di potere e di denaro, le leve che muovono il mondo al di là di ogni ideale e dietro la parvenza di una normalità sbandierata che eppure non c’è.

Questa storia comincia con la fine di molte altre storie che L’Aquila conserva ancora gelosamente sotto il proprio pianto. Sembra impossibile, ma nello stesso giorno in cui guardavamo la fine scorrerci affianco, sfiorarci, poi prenderci le vene con il suo tocco freddo, nello stesso istante in cui ogni certezza crollava con la calce, qualcuno si sfregava le mani vedendo ricchezza dove per noi era silenzio, glaciale e surreale come soltanto la desolazione può essere.

Alla fine da questa storia qualcuno avrà certamente guadagnato, e poco importa esser passati sulla pelle degli aquilani, sul loro e sul nostro dramma, per arricchire chi rideva nel letto. “Il più grande cantiere d’Europa”, è stato detto, come se potesse esistere davvero un qualche motivo d’orgoglio nel confinare una città fuori da se stessa, rompendo ogni speranza di rivederla com’era e affidando le chiavi a chi se ne andrà un secondo dopo. Il disagio è ancora lì, gli episodi di questi giorni lo dimostrano, e non si spegnerà con i proclami politici e la miopia di un impulso economico falso, fugace e già morto.

Gli imprenditori onesti hanno fatto il proprio lavoro, nel rispetto delle regole, accelerando magari una ricostruzione necessaria e dolorosa. Altri giravano con i pensieri sulla città come avvoltoi, aspettando e pretendendo il proprio pezzo di torta, senza preoccuparsi di cosa era stato ed assecondando un tornaconto economico mai tanto infame. I rappresentanti politici e le istituzioni, nel frattempo, si accaparravano meriti che molto spesso non erano di loro unica pertinenza, dimenticando che senza i singoli cittadini ed i volontari molto non sarebbe stato possibile. Le case, sì, le case erano la prima preoccupazione, ma guardate la rabbia delle persone tirate fuori a forza dai propri luoghi, guardate il giusto sdegno davanti agli interessi particolari, la consapevolezza di una rinascita difficile, lunga e scarsamente decifrabile.

Purtroppo la terra non è riuscita a scuotere le coscienze di tutti, ma di questa brutta storia è giusto salvare la solidarietà incondizionata, la fratellanza che nel dolore sa farsi più grande, l’esempio degli aquilani, la voglia di riprendersi tutto come e più di prima. Allora ci sarà un motivo per ridere, per ora solo rabbia.

Caro Duemiladieci,

no, non preoccuparti, non ti chiederò cose impossibili, la fine di tutte le guerre nel mondo, la scomparsa delle malattie, della fame… Le stesse cose che avevano chiesto a me, come se davvero ne potessi essere capace, io da solo. Perché vedi, fratello mio, non devi illuderti: non siamo noi a scrivere la storia; noi siamo come vecchi scrivani che riportano lo scorrere dei giorni, le vicende che il destino o Dio detta, la pazzia e la straordinarietà degli uomini. Ma non scriviamo la storia, altrimenti avrei strappato dai miei fogli quel giorno maledetto, quel 6 di Aprile. Eppure ho dovuto scriverlo, e non chiedermi perché; ma vedi, adesso sto disegnando giorni nuovi su quella tragedia, mentre fuori cercano di dare una strada alla speranza. Ecco, tu non fermarti, ché c’è bisogno di normalità, di tutto quello che c’era.

Ti lascio un mondo che continua a odiarsi, che continua a ignorarsi quando non si odia, che fatica a fare qualcosa di buono quando non si ignora. Questo è il male, fratello mio: non si cercano più le cose giuste, e pochi credono ancora nell’esigenza di una giustizia che sia prima e anche terrena. Gli altri agiscono per interesse, per sete di potere, per paura, per difendere il proprio territorio, per mettersi in vetrina. Ma non per il giusto, perché pone interrogativi troppo incalzanti spesso. Allora, fratello mio, cerca di dare una voce al bene, solo così il tuo tempo non sarà stato sprecato.

Non è facile, affatto, ma prima o poi qualcuno dovrà pur cominciare un nuovo corso no? In realtà non lo so neanch’io, i miei giorni sono sembrati a tratti solo una replica, una riproduzione a valanga di tutto quel che mi angosciava, e che non sono riuscito a risolvere. Prendi la crisi economica ad esempio: più mi doleva e più vedevo lettere di licenziamento e strette di mano che poco avevano di amichevole, di rispettoso. È stata una bella scusa, la crisi economica. No, non dico che non ci fosse, che non ci sia, ma a volte è apparsa come un tetro deus ex machina a giustificare scelte ed ingiustizie che in altro modo non sarebbero potute passare. I ricchi sono ancora ricchi, fratello mio, e forse più di come li ho trovati io. E gli altri… beh, ti ho scritto del senso del giusto no? La parola d’ordine dei nostri giorni è “compromesso”, e ne vedrai tanti se è vero che sarà ancora dura uscirne. Ma tu prova, prova comunque.

Forse il male di questi tempi non è tanto la paura di domani, ché quella è tutto ciò che molti possono dire di possedere. Quei molti sono gli ultimi, i poveri, i disagiati, e gli altri non devono rubar loro anche questo diritto, il loro nero trofeo. Il male strisciante è la disillusione, lo spegnersi lento delle coscienze. Anche tu troverai persone che non credono più in un cambiamento possibile, nel valore dell’impegno, nella forza di un sogno, di un progetto. Vedrai anche tu, come me, le facce stanche di chi non ci crede più, di chi ha visto morire gli ideali sotto i colpi del denaro e non trova più modelli né riferimenti, né esempi.

Ma anche tu, fratello mio, vedrai l’entusiamo di chi invece crede ancora che cambiare sia possibile, migliorare doveroso, impegnarsi contagioso, sperare necessario. Vedrai anche tu il bello che uomini e donne possono ancora fare, se solo ritrovano il gusto che solo le cose giuste hanno.

Questo ti auguro, così spero nei pochi giorni che ho ancora davanti: sii felice, tutto qui.

Il tuo fratello ormai vecchio, Duemilanove.

Nel paese di Futuro ora tutto era tornato alla normalità: i piccoli a scuola, i grandi al lavoro, gli ex grandi divisi tra le carte e la terra, le poche bestie da accudire. I bar chiudevano un giorno a settimana, gli universitari preparavano gli esami maledicendo i soliti baroni ed i liceali salivano sulla corriera con la consueta faccia da cuscino. Dell’estate rimanevano le frasi e le risate oramai ovattate, la nostalgia del sole già travolto dalla pioggia, i ricordi veri e mancati, amici in più o in meno e foto da caricare su facebook ché altrimenti non eri nessuno. Rimanevano scalette abbandonate e malumori, la voglia di darsi degli obiettivi e la resistenza facile e suadente dell’inerzia estiva; tornavano le preoccupazioni del fine mese, le rate, il lavoro da consumarsi tassativamente entro il giorno di scadenza. Partivano gli ultimi prima che arrivasse il freddo, le case da seconde tornavano a zero e solo il campo di calcio si ripopolava dei ragazzi e delle solite buone intenzioni già dimenticate. Nel paese di Futuro solo le scuole erano rimaste indifferenti all’estate, chiuse come erano, oramai, nonostante i cori degli scout e qualche sigaretta abusiva all’asilo, che intanto somigliava sempre più alle scuole divenute vecchie senza mai essere state antiche. Le sedie erano già scomparse dai marciapiedi e davanti agli usci non resistevano che gli eterni pali celesti malinconicamente vuoti. Si passeggiava solo la domenica, magari dopo la messa, tempo permettendo.

Sembrava davvero che non ci fosse nient’altro da fare che aspettare, tutti parevano rassegnati a questo destino: attendere. Fare il compitino e attendere. Che tornassero gli anni dei cinque-sei figli a famiglia e riaprissero le scuole, ad esempio, o che la campagna si ripopolasse di canestri e gente operosa; che le botteghe e le bettole si riempissero nuovamente, che i ragazzi tornassero a ballare nei circoli o a passeggiare tutti insieme lungo il corso. Si attendeva con ansia che i canonici facessero ritorno nel monastero e con loro le vocazioni, si aspettava la riapertura quotidiana delle poste, l’incontro fisso con i rappresentanti comunali, il consueto richiamo del banditore ed il saluto cortese dello spazzino. D’altra parte era sempre stato così, a memoria, e tutti si ricordavano di un paese vivo, a sé bastante, futuribile.

Anche i ragazzi sapevano che era sempre stato così, persino i bambini. Eppure proprio uno di loro, in quella domenica di settembre, si alzò dal letto con un dubbio atroce; corse dalla nonna ancora in pigiama e le chiese candidamente: “Nonna, ma quanto ancora dobbiamo aspettare?”. “Non lo so” – rispose la nonna – “prima o poi le cose torneranno come erano”. “Sì” – osservò allora il bambino – “ma noi faremo in tempo a vederlo? Tu dici sempre che il nonno è già andato avanti per ritrovare i suoi amici… lui tornerà in tempo?”. La nonna non sapeva cosa rispondere; per quanto vane fossero non voleva spezzare quelle speranze, né illuderlo con parole buone solo in superficie. E allora non disse nulla e si rimise ad aspettare. Il bambino allora smise di fare domande, si vestì e inforcò la bicicletta, deciso a ritrovare il nonno ed a portarlo indietro con i suoi amici, ovunque fossero; girò il paese e tutta la campagna in lungo e in largo, chiedendo di tanto in tanto se qualcuno sapesse di suo nonno e di un posto che era “avanti”, vicino a Futuro. Non ottenne che qualche ammonimento preoccupato, qualche rimbrotto e la cinica battuta del matto del paese: “E cosa c’è più avanti di Santo Martino?”. Il bambino ci andò davvero, e lì infine trovò il volto del nonno nella stessa foto che era sul camino. Capì allora che lui non sarebbe tornato, e neanche gli altri. Così prese a correre per tutto il paese gridando a squarciagola: “Non può tornare com’era! Il mondo non è più quello, e nemmeno voi! Non è più tempo di aspettare!”. Ascoltandolo, gli anziani ridacchiavano tra loro, mentre gli adulti si ripetevano che ai loro tempi era tutto diverso, e meglio; qualcuno dei ragazzi invece volle credergli, ma solo distrattamente, per qualche minuto… d’altra parte  facebook non diceva niente della cosa.

Guido con calma sull’autostrada che mi riporta a Roma, mio malgrado, ma questa non è una domenica come le altre. È il 5 Luglio, tre mesi fa era esattamente una notte come questa e un po’ si stringe ancora il cuore. Vedo luci di polizia lampeggiare sulla mia testa di tanto in tanto, ogni viadotto è presidiato giorno e notte da una pattuglia. Inquietante, dovrei sentirmi in pericolo? Passo davanti al militare con il mitra ben in vista. Entro in casa ed accendo la mia candela… della speranza, più che della memoria.

Quando, sull’onda emotiva della tragedia, il Governo ha disposto il trasferimento del vertice G8 all’Aquila ho creduto fosse un gesto simbolico importante e a dir la verità l’ho apprezzato, senza pregiudizi. Soprattutto perché trovavo lodevole la volontà di rimanere vicini alla popolazione che porta ancora tutto il peso delle pietre cadute. Pensavo anch’io come molti che la presenza dei Capi di Stato nelle zone colpite, il loro coinvolgimento partecipativo, la visibilità e l’attenzione mondiale, la concentrazione di interessi, l’impegno organizzativo costituissero un momento importante per la zona e anzi potessero divenire l’occasione per apportare quella spinta necessaria alla ricostruzione fisica ed economica della stessa. Non voglio dire che non sia stato così, sarà come sempre il tempo a rispondere, ma ho imparato a guardare alle cose con spirito critico, al di là dei proclami, e ciò porta inevitabilmente a porsi delle domande. Vi risparmio i dubbi sulla legittimità di un vertice ristretto ai “grandi” della Terra; d’altra parte essi stessi hanno palesato la necessità di allargamento della conferenza, ammettendo di fatto che la natura elitaria del summit sta perdendo ragion d’essere davanti a scelte che devono essere necessariamente globali e condivise tra tutti.

La questione, qui, non è tanto su quanto sia opportuno il G8, ma su quanto fosse opportuno portarlo all’Aquila. Era necessario che i “grandi” del mondo vedessero le rovine con i propri occhi per credere alla tragedia e dare un seguito fattivo alle tante, di certo apprezzabili, promesse di impegno? Necessario interrompere i lavori alla Maddalena, nonostante il progetto di riqualificazione in atto e le spese già affrontate, e segretare i nuovi costi? Necessaria la passerella di Capi, diplomatici, first ladies e compagnia al seguito nei luoghi in cui gli Aquilani (curioso come questa parola si avvicini al nome della loro città) sono interdetti per elevatissime ragioni di sicurezza? Necessari gli show, le foto, le gite, i sorrisi da turisti davanti alle macerie? Necessario paralizzare ulteriormente una città divenuta già spettrale nel silenzio disarmante del suo cuore e nei pensieri angosciati della sua gente?

Non amo la polemica forzata né il gusto della critica a tutti i costi, e tantomeno la cultura del sospetto, ma non riesco a sfuggire ai dubbi, legittimi, che questa vicenda porta con sé. Anziché concentrare gli sforzi sull’ultimazione delle strutture e sul perfezionamento degli alloggi dei premier, non sarebbe stato più opportuno accelerare la costruzione delle abitazioni antisismiche per metter fine al disagio di una tenda o provvedere al puntellamento dei tanti edifici lasciati ancora in balia degli eventi? Anziché rinchiudere di fatto gli aquilani all’interno delle tendopoli non sarebbe stato opportuno renderli partecipi del momento ed approfittare dell’occasione per ascoltare più da vicino la loro voce? Anziché focalizzare l’attenzione mondiale sull’Aquila per tre giorni e poi spegnere nuovamente le luci, non sarebbe stato opportuno impegnarsi ad assicurare un’ampia presenza di medio/lungo termine per seguire il processo ricostruttivo nel tempo? In definitiva, L’Aquila aveva strettamente bisogno di questo G8 o piuttosto di certezze immediate e tangibili sul proprio futuro?

Il tempo risponderà, e allora nessuno ricorderà più quale fosse la domanda.

Arrecchia?

Non andate a cercare sullo Zingarelli, "arrecchia" non esiste. O meglio esisterebbe se i dizionari fossero scritti accanto al camino, in qualche modo dettati a voce per conservare la melodia del linguaggio parlato. "Arrecchia" è l'invito con cui gli anziani del mio paese (ma non solo) introducono sempre il loro racconto, inevitabilmente ancorato ad un passato che la memoria fa più onirico. È un invito ad ascoltare, ma anche a far proprie le parole che si sentono, a prenderle. Così, "arrecchienne", si coglie tutto ciò che nella vita parla, e scrivere estende miracolosamente quel "sentire".

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